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martedì 15 settembre 2015

Impressioni di lettura: "L'amore in sospeso" di Flaminia Mancinelli


Alcuni libri sono facili da leggere, scorrono via veloci e la lettura trascina con sé anche gli affanni quotidiani, ci portano in mondi fantastici coinvolgendoci in maniera tanto piena da farci dimenticare tutto il resto.

Altri invece aprono squarci su qualcosa che forse avremmo preferito non vedere. Ci afferrano e senza preavviso ci trascinano nella sofferenza, nel dolore. Quando ci si trova in questi mondi il cammino è di certo meno rilassante, più difficile, eppure non meno utile. A volte solo attraverso la rappresentazione del dolore altrui riusciamo a capire il nostro stesso disagio.

"L'amore in sospeso" è un libro che appartiene a quest'ultimo gruppo. Mi ha sorpreso, perché dopo "Omicidi all'ombra del Vaticano" non mi aspettavo niente del genere. Che contrasto! Una frazione delle pagine di quello, ma che differenza. Questi fogli me li immagino come intrisi di sangue, di lacrime e sì, anche di sudore. Parole che hanno aspettato così a lungo per farsi trovare e ora gridano finalmente libere. Urlano, non sussurrano, urlano anche quello che si vuole vada appena pronunciato, sommessamente. Ma sono urla salutari, è sangue e sudore che bruciano e vivono. Che alla fine trovano una strada per emergere e creare persino una speranza.

Questo libro parla di amore. Anzi, degli amori. 
Quello tra una figlia e una madre, che nonostante tutto, malgrado tutto è pur sempre amore. Sofferto, combattuto, contrastato e in qualche modo sfortunato, ma amore.
Parla dell'amore carnale, quello fatto solo di sesso. Egoista o fin troppo generoso. 
Pur sempre amore.
Parla dell'amore che brucia, che non accetta ragioni, che esige le sue vittime e i suoi riti.
Ed è comunque amore.
Parla infine, con tutto se stesso, dell'atto d'amore che è stato necessario per scriverlo.

Questo è un libro che se potessi tornare indietro leggerei di nuovo, ma che andando avanti mai più leggerò. Un libro che vale la pena di leggere, ma di certo non facile.
Se l'amore vi fa soffrire dovreste leggerlo, se non credete nell'amore, dovreste leggerlo, se non pensate che un indie possa scrivere qualcosa che valga la pena di leggere, dovreste leggerlo. Se vi fa un po' paura... dovete leggerlo.

lunedì 9 marzo 2015

Impressioni di lettura: L'Aleph di Jorge Luis Borges

È davvero molto tempo che volevo leggere questo libro e finalmente è arrivata l'occasione giusta quando Amazon mi ha offerto un buono premio dopo l'acquisto di non-ricordo-più-cosa. Così ne ho approfittato per comprare, dopo tanto tempo, un libro di carta, e la mia scelta è ricaduta su Borges.

Tante volte mio zio me ne aveva consigliato la lettura, raccontandomi con parole suggestive ed evidenti emozioni la sua ammirazione per questo particolare libro. Così mi sono accinto a leggerlo forse con eccessive aspettative.

Ora che ho finito anche l'ultimo dei racconti che vi sono contenuti e cerco di tirare le somme, devo confessare di trovarmi in qualche imbarazzo. Il libro mi è piaciuto, alcuni dei racconti più di altri, tutti comunque mi hanno colpito in qualche modo. La cosa che però mi ha lasciato, non dico deluso, ma insoddisfatto, è la mia incapacità di cogliere tutto lo spessore e tutti i livelli che nei racconti l'autore ha voluto inserire, forse per gioco o forse per amore. 

Soffro, perché non ho la cultura necessaria per apprezzare, né sono abbastanza ignorante per non intuire ciò che mi è precluso dalle mie mancanze. E aggiungo, non ho la pazienza per fare la necessaria ricerca, spendere il tempo che ci vorrebbe e arrivare a scavare ogni angolino, riferimento, allusione, scherzo, che intuisco, a volte capisco ma più spesso non riesco a comprendere.

Anche così comunque c'è di che pensare e i racconti colpiscono nel segno. In fondo il tema è di quelli che fanno riflettere. Il continuo gioco del chi è chi, la domanda che ognuno si pone sulla realtà, sono giocati da Borges con abilità. Ci blandisce e poi ci schiaffeggia, ci prende un po' in giro, temo, ma al tempo stesso ci diverte.

Non mi resta che rassegnarmi e magari sperare che un giorno trovi la voglia e il tempo per indagare oltre. Del resto, si dovrà rassegnare anche mio zio, io così non scriverò mai, non perché non ne avrei voglia, ma perché non ne ho la forza e lo spessore. Ma è giusto così, ci sarà posto al mondo anche per noi semplici umani .-)